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Evolve Explore and Empower by Fosca Romani

Inverno riflesso

Un anno senza scrivania: libertà imperfetta, domande e lavori in corso

Fosca Romani, Gennaio 14, 2026Gennaio 14, 2026

Gennaio è il mese dei buoni propositi, ma anche dei bilanci, soprattutto se, come me, sei rimasta un po’ indietro rispetto a dicembre. Dopo avervi lasciate con una lettura natalizia sulla menopausa, torno ora con una panoramica dei miei ultimi dodici mesi e, lo so, qualcuna potrebbe pensare: ok, ora questo no.

Se anche tu sei in una fase di bilanci silenziosi, dici che è un buon momento per fermarsi un attimo insieme?

Tranquille però. Siamo solo al 4 gennaio, molte di noi sono ancora in vacanza fino all’Epifania, che tutte le feste si porta via, e non ho nessuna intenzione di servirvi un pistolotto egocentrico o autocelebrativo.

È piuttosto il clima di questi giorni a spingermi a condividere. Qui in Francia è pieno inverno, ha nevicato, e questa voglia di casa, di coperta e diario in mano, mi ha portata a guardare con calma al mio 2025, tenendo già un occhio aperto su ciò che sta prendendo forma nel 2026.

Se entri nel mio blog per la prima volta, benvenuta!

Io sono Fosca , viaggiatrice nell’anima e nel corpo, italiana di origine e al momento in giro per il mondo! Se vuoi sapere qualcosa di più su vai a dare un’occhiata a chi sono!

Cosa ho tolto quando ho lasciato la scrivania (e cosa non se n’è andato subito)

Non ho lasciato una scrivania per sentirmi libera.
Anche perché, a essere onesta, mi è stata tolta. Remember?

Quando non l’ho più avuta, non è stato semplice né immediato capire cosa restasse. La prima sensazione è stata molto chiara: non avevo più qualcosa a cui appoggiarmi, qualcosa che mi aveva definita a lungo.
Sembra banale, ma la cosa che mi è mancata subito è stato l’orario di lavoro. Quel “dalle nove alle cinque” che tutte sembrano odiare e che invece scandisce le giornate, dà un ritmo, un’appartenenza. Non averlo più mi ha fatto sentire, molto concretamente, di non far più parte del mio gruppo di colleghi.

È stato solo il primo pezzetto di quello che poi ho riconosciuto come il colpo più forte: la perdita dell’identità. Intesa come ruolo nella società, come persona che lavora. Con quella sensazione di aver “gettato al vento” venticinque anni di impegno (questa potete immaginarla con la voce di mia madre!).

Sono rimasta sorpresa io stessa nel rendermi conto che le preoccupazioni che di solito sembrano più grandi, come quella economica, erano meno centrali. Qualcosa avevo da parte (viva l’indipendenza finanziaria delle donne), e famiglia e amici, la mia rete, erano pronti ad aiutarmi. Non era quello il punto.

Col tempo, questo sentire di “perdita” si è affievolito e ha lasciato spazio al viaggio e al nuovo. Ma alcune strutture restano dentro anche quando le togli fuori. Ancora oggi, quando racconto cosa sto facendo e costruendo, a volte non sembra “abbastanza” rispetto a quello che facevo prima (insegnare yoga contro essere ingegnera, fate voi). E ogni volta che mi prendo uno spazio di riposo, sento quasi di dovermi giustificare, come se non ne avessi pieno diritto perché non rientra nei confini di un lavoro “regolare”.

È stato solo togliendo questi puntelli che ho iniziato a vedere cosa, sotto sotto, stava emergendo davvero.

Cosa ho trovato senza cercarlo (e perché non era la libertà che immaginavo)

MAre in Puglia
E meno male che c’è il mare! (Fosca Romani 2025)

Quando, pian piano, ci ho fatto un po’ l’abitudine, mi sono ritrovata con molto più tempo di prima. Ovvio no? E bellissimo, certo: potevo andare al mare ogni giorno a lungo, vivendo ancora a Lecce. Ma anche un po’ estraniante, soprattutto all’inizio, quando le idee su cosa farne erano poche ed ero ancora impigliata nella mia vita di prima.

Non è un dettaglio da poco, in una società che ci chiede continuamente di definirci attraverso ciò che facciamo. Ma forse a 50 anni abbiamo altre idee?

La prima cosa che ho ritrovato è stata la mia dimensione corporea. Con la testa meno occupata del solito, il corpo ha preso spazio: nuotavo “a mare”, praticavo yoga ogni giorno, a volte anche due volte al giorno, e facevo tutto a piedi. Spesa, piccole commissioni, andare a yoga. Tutto diventava parte del ritmo.

Non era solo un modo per riempire il tempo (un po’ si all’inizio). Era piuttosto come se una parte di me si stesse espandendo, riprendendo lo spazio che sentiva di meritare.

Ed è stato in questo mare di tempo, fuori dalla vita regolare, che hanno iniziato a farsi sentire i primi bisogni veri: partire, andare lontano per un po’, con calma, seguendo un ritmo nuovo che stava emergendo. Da lì a decidere di cominciare andando in un ashram in India per diventare insegnante di yoga, il passo è stato sorprendentemente breve.

Forse capita anche a te: quando il tempo si allarga, qualcosa dentro inizia finalmente a parlare.


Cosa sto costruendo ora: una nuova struttura, scelta

Il sole oltre le nuvole illumina la via! (Fosca Romani 2025)

Il tempo che è tornato a essere mio mi ha insegnato una cosa semplice e non così scontata: ogni percorso ha i suoi tempi, e noi non siamo fuori da quel tempo, ne siamo parte.

Gli studi che ho fatto per diventare insegnante di YOga, gli approfondimenti, paradossalmente, hanno richiesto meno tempo di quanto ne stia richiedendo ora integrarli davvero dentro la mia nuova me. Ho dovuto disimparare l’impazienza dei tempi da ufficio, quelli scanditi da scadenze, obiettivi, risultati. E accettare che alcune cose, per sedimentare, hanno bisogno di stare ferme un po’.

Non è tanto la lentezza in sé. È piuttosto il saper calibrare il tempo giusto per ogni cosa che è diventato una mia competenza forte. Una competenza che aumenta il mio benessere, certo, ma anche la mia efficacia, se proprio vogliamo restare nel lessico “produttivo”.

È da qui che nasce lo yoga femminile che sto costruendo oggi. Non da un’idea a tavolino, né da un format pensato per funzionare, ma da vita vera: dal corpo, dai passaggi, dai vuoti e dai pieni attraversati in questo ultimo anno. Da un modo diverso di stare nel tempo, prima ancora che sul tappetino.

Non so ancora esattamente dove mi porterà. So però che la struttura che sto creando ora è scelta, abitata, sostenibile. E che, per la prima volta da molto tempo, non ho fretta di arrivare da qualche parte.

Se questo modo di stare nel tempo ti assomiglia, resta nei paraggi. Quello che sto costruendo nasce proprio da qui.

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