In queste prime settimane dell’anno, dense di messe a terra molto concrete, mi sono ritrovata a pensare spesso a dove ero esattamente dodici mesi fa.
All’inizio del mio sabbatico, arrivata da poco nel mio ashram indiano, con più domande che risposte.
Questo ultimo anno è stato certamente ispirante, ma non nel modo che immaginavo.
È stato piuttosto un anno di decluttering profondo, a tutto tondo. Non solo di vestiti (molti di quelli da ingegnera hanno trovato nuove vite altrove…), ma soprattutto di ruoli, aspettative, identità date per scontate.
Un lavoro lento e radicale: scegliere cosa tenere e, soprattutto, dare una struttura a ciò che è rimasto, perchè è quelle che conta davvero.
Quando ho deciso di prendermi un anno sabbatico, non stavo cercando me stessa.
Stavo cercando spazio per me stessa.
Spazio per capire cosa, del lavoro e di tutto ciò che mi aveva definita per più di vent’anni, volevo ancora portare con me. E cosa invece poteva restare indietro, senza drammi ma con decisione.
Quello che non avevo previsto è che la pausa, a un certo punto, avrebbe smesso di essere neutra.
Dopo i primi mesi non bastava più “stare aperta”.
Serviva una direzione, anche provvisoria. E soprattutto serviva una struttura per non disperdere tutto.
Se anche tu sei in quella fase in cui le idee ci sono, ma manca qualcosa che le tenga insieme, quello che segue potrebbe servirti.
È lì che ho capito una cosa molto chiara: il sabbatico non è l’opposto del progetto. Non è essere “totally free”. Per me è stato il momento in cui ho deciso che tipo di progetto ero disposta a sostenere nel tempo.
Se entri nel mio blog per la prima volta, benvenuta!
Io sono Fosca , viaggiatrice nell’anima e nel corpo, italiana di origine e al momento in giro per il mondo! Se vuoi sapere qualcosa di più su vai a dare un’occhiata a chi sono!
Quando la pausa smette di bastare

Prendermi spazio e tempo è stato necessario.
Serviva a creare distanza da un passaggio doloroso come il licenziamento e, allo stesso tempo, a costruire un ponte verso il futuro. Un piano che non era ancora un piano, cosa che per me, ingegnera nell’anima, non era esattamente rassicurante.
Quando sono partita, l’ho fatto con la massima apertura possibile: un corso di formazione come insegnante di Yoga e poi la libertà di scegliere dove, come e per quanto tempo restare. Nessuna scadenza. Nessuna decisione definitiva.
A un certo punto, però, ho capito che stare aperta a tutto non era più sufficiente.
Non perché fossi stanca o spaventata, ma perché non ero più all’inizio della mia vita personale e professionale.
A cinquant’anni passati, con un corpo che cambia e molte esperienze già integrate, l’apertura totale per me non era più neutra: chiedeva una direzione.
Avevo già con me il desiderio di trasformare quel momento preciso della mia vita: la menopausa, il cambio di lavoro, il passaggio verso una nuova identità. E di farne qualcosa che non restasse solo mio.
Quell’“apertura totale” ha iniziato a starmi stretta verso la fine del corso.
Non perché mancassero le idee, ma perché l’assenza di una struttura stava diventando dispersione di energie, non vera libertà.
Non scegliere pesava più che scegliere.
Ed è stato lì che ho capito cosa volevo fare. Non ancora il come, quello ha richiesto altri mesi ed è ancora in corso…Ma quella prima scelta è stata decisiva: da quel momento mi sono sentita davvero libera. Libera perché avevo finalmente qualcosa su cui orientare le mie scelte.
Dare una forma al tempo che viene
Solo dopo averlo vissuto ho capito che quello che stavo facendo aveva anche un nome: adult gap year, l’anno sabbatico per adulti. Un tempo sospeso che, per me, ha iniziato presto a chiedere una forma.
Una pausa sempre più diffusa, soprattutto dopo i quarant’anni, quando non si tratta più solo di ricaricare le energie, ma di capire come vogliamo impiegare gli anni che abbiamo davanti e che direzione dare a ciò che verrà.
Nel mio caso non è stato un tempo neutro.
È stato il passaggio in cui ho capito che ri-strutturare la propria vita è una forma di cura, non un segnale di rigidità o di rinuncia. Anzi. In questa fase della vita, prendersi cura significa anche creare le condizioni per stare bene nel tempo, non solo nel momento.
Una struttura, infatti, non irrigidisce.
È un contenitore confortevole che sostiene, orienta, permette di muoversi senza disperdersi. E sì, poi c’è sempre lo Yoga per ricordarci che mobilità e struttura non sono opposti, ma alleati!
È anche il momento in cui il corpo diventa una guida sempre più affidabile.
Con l’esperienza accumulata, con i cambiamenti che attraversiamo, sentire e muoversi vengono prima di pensare.
“Sentimento e movimento arrivano prima della testa”, dice una mia insegnante. Ed è una frase che oggi riconosco come profondamente vera e mia: è da lì che possiamo trovare il nostro ritmo, per orientare le nostre scelte, invece di inseguirle.
Quando la direzione chiede un contenitore

A un certo punto, quando la direzione comincia a essere chiara, non basta più portarla avanti da sole.
Non perché manchino competenze o visione, ma perché ciò che sta prendendo forma ha bisogno di tempo, ritmo e continuità. E di condivisione.
Negli ultimi mesi ho capito che il passaggio decisivo, per me e per molte donne che incontro, non è “cambiare ancora”.
È creare uno spazio che accompagni, che tenga insieme corpo, scelte e progetto, senza forzare né disperdere. Non l’ennesimo percorso da seguire, ma un contenitore vivo.
Pensato per donne che non sono all’inizio, che hanno esperienza, e che ora vogliono orientare il tempo che viene con maggiore intenzionalità.
Se anche tu senti che non è più tempo di cercare risposte veloci, ma di stare nelle domande giuste, qui stiamo iniziando a costruire quello spazio.
