Se c’è qualcosa che da quando a giugno ho compiuto 50 anni mi manda fuori è sentire sulla mia pelle le aspettative (altrui) che questo semplice numero mi butta addosso.
Come se l’età fosse un marchio indelebile sulla fronte, un QR code che tutti si sentono in diritto di scansionare, che porta con sé per esempio il venir chiamata “signora” (e non solo sull’autobus quando mi cedono il posto i ragazzini!).
E tu cosa ne pensi? Cosa succede quando smettiamo di farci definire dall’età e iniziamo a parlare con le nostre parole, e non con quelle degli altri ?
Prima però di parlare di “non chiamatemi signora”, voglio riconoscere un punto: per alcune donne questa parola non è un’etichetta, ma un titolo che vivono con serenità o addirittura con orgoglio.
Il rischio, quando raccontiamo la nostra libertà dopo i 50, è far passare l’idea che ci sia un modo “giusto” di vivere quest’età, che spesso è solo il nostro.
Non è così. Il problema non è la parola signora in sé, ma quando viene usata come definizione non voluta e non richiesta. Non ho nulla contro i dizionari: semplicemente aggiorno il mio, come si fa con la app del telefono!
E già che siamo nel reparto ‘definizioni non richieste’, parliamo di un altro pregiudizio: dopo i 50 dovremmo vivere in una casa nostra, sole o in coppia, sistemate e composte. E invece…
Se entri nel mio blog per la prima volta, benvenuta!
Io sono Fosca , viaggiatrice nell’anima e nel corpo, italiana di origine e al momento in girovagamento! Se vuoi sapere qualcosa di più su vai a dare un’occhiata a chi sono!
Si può tornare a vivere in condivisione dopo i 50 senza sentirsi “fuori luogo” (anche per noi donne)?

Dopo aver compiuto 50 anni, mi aspettavo di iniziare a “sistemarmi”, o almeno così dicono le aspettative sociali. Invece ho fatto l’opposto: ho traslocato si, e sono tornata a vivere in condivisione.
Sì, proprio come a vent’anni… solo con più oggetti, meno drammi e una grande consapevolezza del budget.
Quello che non avevo ancora raccontato è che oggi condivido casa con altre due donne.
È la mia terza esperienza di co-living: la prima ai tempi dell’università (quando la pasta al pomodoro era un gruppo alimentare riconosciuto dall’OMS) e la seconda 15 anni fa, quando mi sono trasferita in Germania.
Quindi: che mi è preso stavolta?
Prima di tutto, ho guardato in faccia la realtà economica: non è un periodo da villa con piscina e giardino zen, e onestamente non è nemmeno una mia priorità. Per me ha più senso distribuire bene le risorse, tempo, energia, soldi e spazi, piuttosto che investire in metri quadri che dovrei anche pulire!
Poi è arrivato il destino, o meglio… le mie amiche.
Ed eccomi qui: tre donne di età diverse, e io nel mezzo, come una versione mediterranea delle Streghe di Eastwick (ma con più tisane, meno diavolo e zero tacchi a spillo…).
La verità è che tornare a condividere non è stato un gesto coraggioso: è stato un gesto vivo.
È una scelta che mi stimola, mi sostiene e, lo ammetto, mi coccola anche un po’.
Dopo la menopausa, la presenza di altre donne è diventata un balsamo: risate, confidenze, quel modo tutto femminile di “esserci” senza chiedere niente.
Forse è questo il punto: non è la casa in sé, è non vivere da sole un pezzo così prezioso della nostra vita.
Ha davvero senso ricominciare a ballare “alla mia età”… o è proprio a 50 anni che si impara a danzare per sé?

Dopo aver rimesso in discussione dove e con chi vivo, era inevitabile che arrivasse la domanda successiva: “E adesso, cosa ricomincio a fare?”
La risposta è stata sorprendente persino per me: ballare.
Io, che per anni ho scelto solo sport di potenza e disciplina (Yoga escluso), adesso sento un bisogno nuovo: lasciare che il corpo, e la testa, e lo spirito, si muovano senza un progetto, senza performance, senza risultato.
Per ora inciampo più del dovuto, lo ammetto. Ma rido moltissimo.
E questo, alla mia età, vale più di qualsiasi arabesque perfetto.
Quello che mi interessa non è tanto il ballo in sé, ma la possibilità di farlo.
La possibilità di concedermi qualcosa che mi fa bene senza chiedermi se ho l’età giusta.
Perché ognuna di noi ha il suo “ballare”: zumba, reggaeton, silent dance, padel, fotografia, un weekend a Parigi o un corso improvvisato di tamburi africani.
E non serve un grande gesto. Basta quel piccolo passo quotidiano, il famoso 1%, per ritrovare il ritmo della nostra vita.
E se proprio devo essere sincera: il bello di ballare dopo i 50 è che finalmente sento di potermi infischiare davvero di chi mi guarda, e questa è una libertà meravigliosa.
Perché la libertà, a quest’età, non è fare cose straordinarie: è darci il permesso di fare qualcosa di nuovo che risuoni con chi siamo oggi.
E allora forse il punto non è la condivisione, né il ballo: il punto è smettere di farci definire dall’età e iniziare a scegliere cosa ci fa sentire vive.
Le etichette? Solo quelle del vino
Chiariamo una cosa: molti, giovani e meno giovani, usano “signora” per educazione, non per affibbiarti un giudizio.
E va benissimo così. Non ho nessuna intenzione di riscrivere il vocabolario altrui: mi basta che nel mio ci sia spazio, respiro e il diritto di evolvere come faccio io.
E ti dirò di più: se un ventenne mi chiama “signora”, lo prendo come un atto di gentilezza.
(Ok, magari sul bus gli faccio lo sgambetto mentale… ma solo mentale!).
Il problema nasce quando quella parola inizio a usarla io contro me stessa, allo specchio: lì sì che scatta l’allarme.
Perché le parole contano, ma conta ancora di più chi le sceglie.
Io, da oggi, scelgo le mie.
La prossima etichetta me la tolgo da sola… e tu, quale lasci andare per prima?
Se ti va, raccontamelo: sai che adoro le storie vere.
