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Lettere del gioco Scarabeo su fondo rosa "you can do it"

Il terribile inganno del “Se vuoi puoi”: perché non basta per noi donne over 50

Fosca Romani, Agosto 28, 2025Agosto 28, 2025

In questi giorni sono un po’ pensosa, anche se serena. È passato un anno da quando la mia vita ha subito un bello scossone con un licenziamento inatteso, e da lì ho deciso di concedermi del tempo e provare a realizzare qualcosa di se non del tutto nuovo, certo parecchio diverso da ciò che facevo prima, almeno sul piano professionale, come può capitare a noi donne a 50 anni.

Mi sono ritrovata così a ripensare alla famigerata frase del “se vuoi puoi”, che ci viene rifilata come fosse un mantra universale per spingerci a… semplicemente spingerci, direi. A non fermarci mai, a correre come automi verso non si sa bene cosa.

Sarà che viviamo in un’epoca di positivismo da discount, intrisa di modelli da self-made man (poche volte woman, hai notato?), ma in un momento di difficoltà come quello che ho attraversato negli scorsi mesi, questa retorica che scarica tutto il peso sulle nostre spalle mi è sembrata non solo inutile, ma anche ingiusta. Anzi, a dirla tutta, mi fa parecchio incavolare.

E così eccomi qui a parlarne con te, per capire se dietro al “se vuoi puoi” ci sia davvero libertà… o solo un’altra gabbia ben travestita.


Se vuoi puoi… ma solo con le carte che hai in mano

Il contesto conta: dove nasci, quali reti e risorse economiche e sociali hai, e last but not least l’essere donna o uomo cambiano le possibilità reali. È più onesto, e utile, ricordarlo: chi parte con privilegi cammina su strada spianata, chi no deve arrampicarsi molto di più.

Queste condizioni iniziali pesano. Riconoscerle non ci rimpicciolisce: è un atto di compassione verso di noi, nel senso di “con passione” e rispetto, non pietà. Vuol dire trattarci come tratteremmo un’amica: toglierci dalle spalle colpe non nostre e scegliere mosse possibili.

Quante volte quel ritornello “non l’hai voluto abbastanza” ti ha punto? E invece magari, nei mesi di perimenopausa, non dormivi (zero proprio io) e al lavoro non l’hai detto per paura del giudizio, altro che performance… In quel periodo non riuscivo neanche a dire al mio capo che stavo crollando, figuriamoci chiedere un supporto! Aggiungi magari i carichi di cura che ricadono su di te, un contratto precario o congedi inesistenti… e la salita diventa ripidissima, arrampicata libera di alto livello proprio.

Smetti di chiamarlo pianura e di colpevolizzarti. Inizia a chiedere sostegno, a ridefinire gli obiettivi, a pretendere condizioni più eque — e incavolati davvero quando serve.

Perché anche se riusciamo a vincere questa battaglia, ne resta un’altra ancora più subdola: quel sentimento ben radicato di non essere abbastanza.

L’altra faccia del “Se vuoi puoi”: la cultura del non essere mai abbastanza

Pannello con la scritta women ( (shreena-bindra-unsplash)
Per noi donne a 50 anni e oltre il “se vuoi puoi” può diventare faticoso! (Shreena Bindra, Unsplash)

Soprattutto per noi donne, e ancora di più dopo i 50, quando la società smette di vederci come “promettenti” e inizia a considerarci fuori gioco (mentre per gli uomini è l’età d’oro del potenziale!) il messaggio del “non sei abbastanza” trova strada facile verso le nostre orecchie.

Dopo i 50, quando spesso ci troviamo a un bivio tra continuità e trasformazione, questo messaggio diventa ancora più velenoso.

Non abbastanza giovani, non abbastanza in forma, non abbastanza flessibili, produttive, disponibili. Scegli tu. Il “se vuoi puoi” finisce per diventare l’ennesimo modo per dirti che, se non ce la fai, è solo colpa tua.

Ho lavorato per anni in ambienti molto maschili, dove gli uomini veleggiavano con leggerezza verso la maturità professionale, mentre le donne diventavano sempre più rare man mano che salivano di ruolo. E non perché mancasse il talento: spesso era la pressione a dover dimostrare di essere più che abbastanza a stritolare la motivazione.

E allora, anche qui, cosa possiamo fare?
Smettiamo di voler dimostrare qualcosa a tutti i costi. Siamo brave: iniziamo a essere libere, a prenderci lo spazio, a delegare, a creare reti di supporto. Non dobbiamo farcela da sole: facciamo squadra, diventiamo alleate.

Non pensiamo che siamo cadute perché non abbiamo voluto abbastanza. Siamo cresciute nonostante il peso che ci hanno messo addosso!

E questo ci porta dritto al cuore dell’ultimo inganno nascosto dietro al “se vuoi puoi”: il mito dell’individualismo.

“Se vuoi puoi”: dall’individualismo al sostegno reciproco

Quattro donne che ballano insieme
Insieme possiamo danzare sotto la pioggia! (Canva Photo)

Un’altra trappola del “Se vuoi puoi” è che ci isola. Trasforma ogni sfida in un problema personale, come se fossimo ciascuna artefice assoluta del proprio destino, ignorando completamente i contesti familiari, sociali, culturali che ogni giorno influenzano le nostre possibilità di scelta.

Perché diciamolo: se sei nata in certe parti del mondo, o semplicemente in una famiglia che non aveva strumenti o mezzi, il “volere” da solo non basta. La salita è più lunga, più ripida e spesso più solitaria.

Ma il punto è anche un altro: questo mito individualista ci impedisce di vedere che molte delle nostre fatiche non sono fallimenti individuali, ma realtà condivise. E che riconoscerlo può cambiare tutto.

Ricordo una collega che mi confidò di volere il part-time per un periodo, ma si vergognava a chiederlo per non sembrare poco ambiziosa. E io, che pensavo la stessa cosa e come manager pensavo che avrei perso la mia credibilità, mi sono sentita improvvisamente meno sola. Ci facemmo forza a vicenda e lo chiedemmo entrambe. Non era solo una scelta personale: era anche una micro-rivoluzione condivisa.

E allora, anche qui: che fare?
Smettiamo di credere solo nello sforzo personale come unica via. Cerchiamo alleate, costruiamo reti, parliamo tra di noi. Perché insieme non solo ci sentiamo meno sole, possiamo davvero cambiare le regole del gioco.

Di recente in Germania hanno fatto un documentario che racconta come le nostre origini ci restino appiccicate addosso come la cacca sotto le scarpe. Un’immagine vivace, lo so, ma geniale: perché è esattamente così che mi immagino la fine del “se vuoi puoi”… spiaccicato lì sotto, tra le pieghe delle nostre storie personali, delle paure di non essere abbastanza, di quella tremenda pretesa di farcela sempre da sole.

Ecco perché ho voluto scrivere questo articolo. Per raccontarti e raccontarci che un’altra strada c’è. Che possiamo iniziare a percorrerla insieme, passo dopo passo.

E tu? Credi ancora nel “se vuoi puoi”? O hai voglia di riscriverlo insieme?

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