Sono tornata da Napoli ieri, con qualche giorno di silenzio in più del previsto.
Avevo idee, appunti, promesse di scrivere questo articolo prima di partire, rispettando i tempi che mi ero data. Un progetto che sta per vedere la luce. E una lista mentale che si allungava mentre il bus notturno correva verso sud.
E già mi chiedevo se lasciare il pc a casa fosse stata davvero una buona idea…
La tentazione di “fare ancora una cosa” era fortissima. Ma alla fine, anche con un filo di disagio, ho lasciato che le giornate si allargassero. Ho scelto di restare. Con le persone, prima di tutto.
Partner, figli acquisiti, amici. Tutti insieme. Tanta roba.
E tu, quando è stata l’ultima volta che hai lasciato il pc a casa per davvero?
Se entri nel mio blog per la prima volta, benvenuta.
Io sono Fosca: ingegnere di formazione, insegnante di yoga per scelta, e da qualche anno in viaggio tra corpo, lavoro e nuove traiettorie. Se vuoi sapere qualcosa di più su di me, puoi curiosare chi sono!
Stare, senza fare niente di speciale
Partner, figli acquisiti, amici dicevo. Conversazioni a tavola che non avevano bisogno di concludersi. E poi ore a camminare insieme, senza una meta precisa. Svoltare in un vicolo solo perché ci andava. Fermarsi a guardare un balcone pieno di panni stesi. Decidere all’ultimo dove andare a mangiare.
Non c’era nulla da ottimizzare. Nessun contenuto da produrre. Nessuna foto strategica.
Solo stare insieme.
Quando stai costruendo qualcosa di tuo, la tentazione di riempire ogni spazio è forte. C’è sempre un dettaglio da sistemare, una frase da migliorare, una pagina da controllare. E sì, avrei potuto facilmente trasformare questo weekend in un ritiro operativo mascherato da vacanza. Mi sono sorpresa più di una volta a pensare: “Solo dieci minuti, giusto per controllare una cosa”.
Invece ho fatto una scelta che per me non è semplice: non fare.
Camminare senza meta, senza dover arrivare da nessuna parte, è stato più difficile di quanto sembri. Ma anche più liberante.
Stare con le mie persone senza farmi venire l’ansia di performare è stata una pratica. In apparenza meno produttiva. In realtà molto più profonda. E benefica.
E mi sono accorta di una cosa: un progetto che vuole accompagnare le donne a trovare un nuovo ritmo non può nascere in apnea.
Forse è stato più facile anche perché Napoli non era una scoperta. Era un ritorno.
Quando smetti di guidare ogni passo

C’è una differenza sottile tra scoprire un posto e tornarci. A Napoli, questa volta, stavo tornando.
Non avevo liste da spuntare né l’urgenza di vedere “le cose importanti”. Sapevo già dov’era il mare, sapevo dove salire in alto per guardare il Vesuvio in silenzio. Non c’era fretta di incastrare nulla.
Forse è proprio questo che fa la differenza quando torni in un luogo: smetti di volerlo capire e inizi a lasciarti attraversare. O ad attraversarlo a passo lento.
Così ho notato altro. Le mille edicole votive incastrate negli angoli dei palazzi, il dialogo continuo tra balconi opposti, fatto di fili tesi o collegamenti in muratura precari.
Ho lasciato fare a Napoli. Ho camminato senza meta precisa, fermandomi più spesso, deviando senza seguire Google Maps. Quando ho smesso di voler decidere io il tempo, qualcosa ha cominciato a trovare il suo ritmo.
Succede anche alle idee. Hanno bisogno di spazio, come l’impasto della pizza che riposa prima di entrare nel forno.
Il mio progetto non ha bisogno di velocità. Ha bisogno di coerenza. E la coerenza, per me, passa anche dal corpo,
Tre pizze. E (quasi) nessun senso di colpa

E poi ci sono state le pizze.
Non una. Non due. Tre.
Con pomodorini meravigliosi, olive saporite e basilico che profuma di estate anche se estate non è.
A vent’anni avrei compensato.
A trent’anni mi sarei promessa disciplina il lunedì.
Ora, dopo i cinquanta, sto imparando qualcosa di diverso.
Oscillare senza perdere il centro.
Sì, tornerò a muovermi. Stamattina ero già in piscina, a proposito di non correre.
Sì, riprenderò la mia routine di alimentazione.
Sì, il corpo ama sentirsi attivo. Venticinquemila passi al giorno bastano?
Ma il piacere, soprattutto quando è condiviso, non va corretto. Va vissuto.
Quel “quasi” nei sensi di colpa lo tengo. Perché sono umana. Perché certe vecchie voci non evaporano in un weekend. Però non decidono più per me.
E questa, per me, è libertà vera: vivere il corpo come alleato, non come campo di battaglia.
Non torno da Napoli con un elenco di cose fatte.
Torno con il mio passo ritrovato.
E quello che sto costruendo in queste settimane nasce esattamente da questo: imparare a creare senza forzare, muoversi senza correre, scegliere senza trattenersi.
Il resto arriverà. Con il suo tempo.
Se queste riflessioni risuonano, resta nei paraggi.
Nelle prossime settimane condividerò i primi passi concreti di questo progetto.